Vuoi davvero liberarti dalle diete? (parte 2)

Nel precedente articolo sul blog ho parlato di come accettare e applicare un metodo non prescrittivo dell'alimentazione possa risultare difficile, anche per chi apparentemente è ben deciso ad abbandonare le diete.
Continuo in questo articolo affrontando invece il tema dei disturbi alimentari al cospetto del metodo non prescrittivo.

SE SOFFRI DI UN DISTURBO DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

È molto probabile che, per te che soffri di un DCA, accogliere una nuova metodica che escluda "la dieta" possa inizialmente risultare faticoso.
Questo perché chi ha un focus attivo su cibo, peso e corpo tende alla ricerca di uno schema alimentare.
Ma purtroppo il "mettersi a dieta" è uno dei più forti fattori di mantenimento (e anche scatenante) di un disturbo alimentare.
Dare una dieta a una persona che soffre di un DCA è come confermargli che fa bene ad essere angosciato per cibo, peso e corpo; che fa bene a guidare la sua esperienza col cibo usando la razionalità e scordandosi di dare ascolto al corpo (anzi: gli confermerà che fa bene a continuare a non ascoltare il suo corpo!); che fa bene a delegare ad altri la scelta del suo cibo; e che la soluzione alle sue paure sta nell'aderire a quella dieta.
Il punto è che la serie di regole alimentari della dieta non risolveranno il problema alimentare della persona con DCA, ma la allontaneranno ancor più prepotentemente dall'equilibrio enfatizzando invece tutti i meccanismi disfunzionali del disturbo.
Non che il metodo non prescrittivo sia da solo sufficiente per la guarigione da un DCA (ricordo l'importanza di essere formati al riguardo e di lavorare sempre e soltanto in équipe multidisciplinare).
Ma sicuramente è attualmente la strada risultata più efficace per la riabilitazione nutrizionale, unico obiettivo da perseguire quando si ha a che fare con un DCA.

LA DIETA E LA SENSAZIONE DI ESSERE "IN CONTROLLO"

Il fascino segreto degli schemi dietetici precostituiti dal nutrizionista risiede proprio nell'idea di controllo che conferiscono alla persona che li richiede.
Anche il fatto stesso di delegare una persona che periodicamente, appunto, controlli peso, composizione corporea e aderenza alle indicazioni potrebbe in un certo senso dare un'apparente beneficio in termini di ansia verso le proprie forme corporee.
Ma appunto, sappiamo bene dai dati dei tanti studi fatti in merito che la prescrizione di una dieta non risolve un DCA, anzi: lo mantiene in azione.
Pertanto occhio: se incappi in un collega che, a conoscenza del tuo DCA, ti rifila una dieta, lascia perdere e scappa.
Lo so bene che credi ti aiuterebbe uno schema, ma fa parte della tua stessa malattia ricercare una soluzione alimentare predefinita, e su questo è importante iniziare a farci i conti.
È infatti il controllo stesso che cerchi di applicare con tutte le tue forze il vero problema, non la sua soluzione.
La presenza di controllo genera discontrollo. E fin quando sarà presente il controllo ci sarà sempre discontrollo.
Alimentarci fa parte dei bisogni primari ed ha un'enorme componente istintiva, come respirare e come avere degli organi funzionanti.
Pensa cosa accadrebbe se potessimo controllare volontariamente il battito del nostro cuore? Oppure la respirazione? Oppure la conduzione nervosa?
Eppure pretendiamo di voler controllare il peso e il cibo e le forme corporee, come fossero degli accessori dipendenti puramente dalla volontà razionale.

Non è possibile. Ed è per questo che ogni volta che cerchi di veicolare il comportamento alimentare tramite una dieta imposta, mente e corpo è come se si separassero e non riuscissero più a comunicare tra loro in un unicum funzionale e vitale.

Ho cercato di sintetizzare al massimo l'argomento analizzandone solo una parte. 
Non era mio intento banalizzarlo.
Nel prossimo post invece affronterò il discorso dal punto di vista del professionista della nutrizione che si approccia al metodo non prescrittivo.
Non perdertelo!